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La satira nel Medioevo
Pubblicato da Daniela, da Piero Misciattelli "Studi senesi" Ed.La Diana 1931 in letteratura • 21/02/2010 12.27.19

Da Cecco Angiolieri che fustigò Dante, a monsignor Lodovico Sergardi, che nelle "Satire" latine prese in giro l'arcade massimo Gian Francesco Gravina, e a Girolamo Gigli che spazzolò duramente gli accademici della Crusca e i bacchettoni del suo tempo, sempre, in ogni secolo, abbondarono in Siena gli spiriti inquieti e fantastici, gli ingegni pungevoli e mordaci.
Della lingua, della penna, e persino del pennello si servirono i senesi con briosa destrezza per mettere in ridicolo uomini e cose.La favella ricca, agile, limpida, si adatta a tutte le movenze del pensiero, ad esprimere i moti e gli affetti diversi dell'anima, e si presta ancora, mirabilmente, a lanciare il frizzo che schiocca meglio di una frusta: onde scintilla l'invettiva, arde l'epigramma, e s'invelenisce il fiele negli scritti dei libellisti senesi.
Vi furono pittori in Siena che seppero dare ai volti delle loro madonne un'aria dolce di Paradiso, ed altri che si sbizzarrirono nella satira politica, come quel Ventura di Gualtieri del popolo di Sant'Egidio che raffigurò su di un palvese, nel 1264, una lupa, emblema del Comune, alla quale il leone, emblema del popolo, faceva sanguinare il muso con gli artigli; ciò gli valse un'ammenda di venticinque lire.
Nel Trecento, per le vie di Siena, si udiva frequentemente "cantare ad ingiuria di qualcuno"; e correvano sonetti beffardi, ovverosia pasquinate di così forte agrume, che le autorità cittadine dovettero provvedere a raffrenare i motteggiatori, temendo le sanguinose vendette.
Nello Statuto del 1309-1306, si leggono riconfermate, a tal proposito, severe ordinanze già apparse in uno Statuto anteriore.
" Et se alcuno farà o vero comporrarà alcuna canzone, sonetto o vero dittato ad ingiuria o vero vitoperio d'alcuno cittadino di Siena, o vero contumelia, sia punito e condannato al Comune di Siena in cento libre di denari; et se alcuno cantarà alcuna canzone o sonetto o vero dittato ad ingiuria o vero vitoperio o vero contumelia d'alcuno sia punito et condannato al Comune di Siena in venticinque libre di denari"
Casella, l'amico di Dante, sappiamo che fu multato di venti soldi in Siena
" quia fuit invenctus de nocte post tertium sonum campane Comunis " e forse fu sorpreso a cantar serenate, che se avesse cantato qualche canzone "ad ingiuria di alcuno" sarebbe stato passibile di ammenda più grave.
Cecco Angiolieri fu punito per "ischiamazzi notturni" , ma non risulta che venne multato per aver offeso il fiorentino Dante, poichè la lettera dell'ordinanza comunale contemplava solo il caso di canzoni o sonetti ingiurianti cittadini senesi.
Ciò che dobbiamo tener presente è che la satira personale o politica, come la cosiddetta canzone popolare, in nessun tempo e in nessun luogo è di origine plebea.
Gli autori di codeste composizioni non furono uomini incolti, ma letterati, e questi divennero talvolta i portavoce e gli interpreti del sentimento popolaresco: come Luciano e Archiloco in Grecia; Orazio, Marziale, Giovenale nell'antica Roma, e il misterioso Pasquino nella Roma dei papi.

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